Antonio Benazzato, 19211996 (età 75 anni)

Nome
Antonio /Benazzato/
Cognome
Benazzato
Nomi di battesimo
Antonio
Famiglia con genitori
padre
madre
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18971991
Nascita : 8 gennaio 1897 26 25 Rampazzo, Camisano Vicentino, Vicenza, Italia
Morte : 18 maggio 1991Vicenza, Vicenza, Italia
lui
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19211996
Nascita : 2 agosto 1921 24 24 Rampazzo, Camisano Vicentino, Vicenza, Italia
Morte : 11 novembre 1996Vicenza, Vicenza, Italia
16 mesi
sorella minore
NELDA BENAZZATO.jpg
19222012
Nascita : 21 novembre 1922 26 25 Rampazzo, Camisano Vicentino, Vicenza, Italia
Morte : 4 giugno 2012Vicenza, Italia
16 mesi
sorella minore
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19242011
Nascita : 22 marzo 1924 27 27 Rampazzo, Camisano Vicentino, Vicenza, Italia
Morte : 6 novembre 2011Vicenza, Vicenza, Italia
fratello
Mariano Benazzato
sorella
Ilva Leonia Benazzato
sorella
Adele Benazzato
fratello
Adolfo Benazzato
sorella minore
19332000
Nascita : 15 marzo 1933 36 36 Rampazzo, Camisano Vicentino, Vicenza, Italia
Morte : 10 dicembre 2000Vicenza, Vicenza, Italia
fratello
Lino Benazzato
Nota

ANTONIO BNAZZATO - Al secolo Mons. Antonio Benazzato.
E' stato battezzato nella Chiesa di Rampazzo di Camisano. Padrini al fonte battesimale lo zio
Desiderio Casarotto e il nonno Giacomo Casarotto.
Mons. Don Antonio Benazzato, dopo il lungo servizio sacerdotale in varie parrocchie ( Carmini di
Vicenza, Carbonia (Sardegna), Veronella e Marano Vicentino) è stato Parroco negli ultimi anni
nella parrocchia della Cattedrale di Vicenza.

Nota

Cattedrale di Vicenza, 13 Novembre 1996

OMELIA di Mons.PIETRO NONIS, Vescovo di Vicenza

Mi piace iniziare con un ringraziamento a voi tutti. Ringraziamento che vi rivolgo anche a nome dei familiari che mi hanno espressamente pregato di farlo, nella impossibilità, dato i gran numero dei presenti, di farlo singolarmente; di dirvi cioè grazie perchè insieme con noi siete venuti a ringraziare il Signore per il dono che ha fatto alla nostra chiesa nella persona e nell'opera di questo suo servo fedele.
Don Antonio era relativamente giovane. E' morto in quella che oggi è considerata l'età media, essendo nato a Camisano il 2 agosto 1921 e ordinato sacerdote a 27 anni: la sua poteva considerarsi una vocazione lievemente ritardata nel tempo, ma anticipata sempre nella pietà.
Ordinato sacerdote nel giugno del 1948, fu vicario parrocchiale a S.Croce di Vicenza. Da giovane era stato, prima di entrare in seminario, collaboratore di farmacia a Camisano e quindi aveva studiato al collegio Graziani.
Dopo l'esperienza ai Carmini, accettò di essere nell'ONARMO, la provvida Opera Nazionale di Assistenza Religiosa e Morale agli Operai, che la Santa Sede aveva istituito dopo la guerra e per la quale aveva domandato a molte diocesi la collaborazione volontaria, ma per questo tanto più apprezzabile, di sacerdoti. Fu dislocato in luoghi difficili, che in parte anch'io ho conosciuto: le miniere della maremma Toscana e le miniere di Carbonia in Sardegna, dove don Antonio fondò un nucleo di Unitalsi, che ancora oggi è vivo e vivace.
Quindi con l'obbedienza ilare, gioiosa che lo ha sempre distinto, ha lavorato come parroco a Veronella, nella parte meridionale-occidentale della nostra diocesi e poi nella importante parrocchia di Marano per dieci anni. Fu poi chiamato dal Vescovo a coprire il delicato compito di Direttore dell'Ufficio Diocesano di Pastorale. Scherzando egli chiamava questo periodo "un incidente di percorso". In realtà accettò con umiltà e molta disponibilità il compito che, come tutti i compiti di collaborazione con il Vescovo, è di gravosa responsabilità, e forse più ricco di angustie che di soddisfazioni. E poi fu arciprete in questa Cattedrale per altri dieci anni. E chi lo ha conosciuto qui, ricorda il suo stile inconfondibile a anzitutto il suo zelo per quello che una volta si chiamava "il bene delle anime" sia nella carità di ordine materiale, che è relativamente facile quando si ha poco da dare e si da quel poco che si possiede - ed egli dava tutto ciò che possedeva - sia nella carità spirituale che è tanto più preziosa agli occhi del Signore quanto meno è vistosa agli occhi degli uomini. La carità per esempio, che si compie stando lunghissime ore nell'oscurità di un confessionale, dove non è che venga a snocciolare dei pettegolezzi, dove la misericordia del Signore incontra l'anima umana nei suoi momenti critici, il momento della colpa e della conversione, il momento dell'analisi e del proponimento, il momento della consolazione e del ravvedimento. Oso dire che se mons. Benazzato avesse nella sua vita soltanto svolto il compito di confessore come lo compì, e per sancire il quale anche pubblicamente noi lo nominammo secondo canonico penitenziere: anche se avesse fatto solo questo, ma non fece solo questo, la sua memoria meriterebbe di essere per sempre in benedizione.
Noi non perdiamo quest'altra occasione per dire ai molti sacerdoti presenti, che ringraziamo tutti singolarmente: sappiate che l'efficacia del vostro ministero dipende molto più che dalla predica, molto più che dall'impresa che si compie in una parrocchia estroversa, rivolta all'estero, dipende per moltissima parte dalla preghiera personale e dal ministero penitenziale.
Faceva parte di questo ministero della consolazione la sua entusiastica e generosa adesione all'Unitalsi, per la quale egli era stato barelliere, cioè disposto a portare gli ammalati a Loreto e nei Santuari, prima di entrare in teologia. Fu vice assistente diocesano per una trentina di anni e. ultimamente nominato dal card. Patriarca di Venezia e dai Vescovi del Triveneto, assistente regionale per il Triveneto. I suoi viaggi a Lourdes e in altri Santuari con gli ammalati non si contano e, certamente, non sono viaggi di piacere perchè costituiscono uno stress imponente. Pare che egli sia andato a Lourdes con gli ammalati più di sessanta volte e ha sicuramente, a contatto con loro, trasfigurato la sofferenza con la quale il Signore lo ha associato a se crocifisso, sofferenza della quale sapeva mostrare, specialmente negli ultimi tempi, qualche segno anche esteriore. Diceva: "Non mi vergogno che tutti mi vedano con i miei limiti fisici e camminare lentamente sorretto come un bambino. Anche se mi giudicheranno 'un soco', quando però sono nel confessionale, là sono ministro della carità di Dio, là è in azione la grazia di Dio".
Dico queste parole con tanta maggiore ammirazione e gioia, in quanto questa mattina vedo qui fra noi anche il nostro carissimo mons. Carlo Fanton, il quale non ha voluto mancare di unire la sua alla nostra preghiera, mentre egli stesso ha bisogno di farsi in qualche modo sostenere.
Don Antonio non era quello che si dice un carattere facilissimo, chi lo ha conosciuto da vicino lo dice addirittura passionale.. In fondo le passioni sono le madri delle virtù, quando vengono convertite. A volte scattava con energia, però era assolutamente incapace di conservare risentimento, anzi, per primo, cercava la riconciliazione domandando perdono. Era molto attivo, un grande organizzatore: per anni è stato anche delegato per i religiosi e le religiose, assistente diocesano dei familiari del clero.
In questa parrocchia, che oggi, purtroppo, sotto i nostri occhi sta visibilmente invecchiando, era animatore di diversi gruppi e nello stesso tempo condivideva con i collaboratori e sacerdoti la responsabilità pastorale senza mai far pesare la sua priorità. In questo senso, essendo egli anche canonico della Cattedrale, aveva con i confratelli canonici, che hanno in questa Cattedrale la casa primaria della preghiera pubblica e dell'esercizio ministeriale, un rapporto fraterno. Era esemplare nella preghiera: lo si vedeva spesso, come vorremmo vedere tutti i nostri preti, con il libro liturgico delle Ore o con la corona del santo Rosario in mano, fedele ai ritiri mensili e agli esercizi spirituali, anche come aderente all'Unione Apostolica del Clero, innamorato, letteralmente innamorato della Madonna. Puntuale ogni anno nella visita pastorale alle famiglie, nella quale coinvolgeva anche i collaboratori, ma soprattutto, torno a dire, era ogni giorno e per più ore in confessionale.
E l'ultima volta che lo vidi venne di persona a chiedermi due cose: di cessare il compito, certamente importante, e dentro certi limiti anche onorifico, di canonico della Cattedrale e di potersi dedicare invece, vicino a casa, agli anziani, agli ammalati, ai non autosufficienti che si addensano in alcuni istituti collocati nel centro della nostra città. Gli dissi: "Si!" per la seconda domanda, "No!" per la prima. Anche alla prima domanda ora il Signore ha pensato di rispondere come soltanto Lui può fare.
Era distaccato dai beni di questo mondo e, se nella sua casa non mancava il necessario, mi si dice che non c'erano neanche lussi, e nessuno bussava alla sua porta senza riceverne almeno qualcosa e non soltanto una buona parola. Era amico dei fratelli preti che accoglieva prima col cuore che con le parole. Chi sa, mi informa che non mancava giorno senza che egli telefonasse a qualche prete, magari per gli auguri di compleanno o di onomastico o per una buona parola e cominciava ogni contatto con gli altri, nel nome del Signore, con il suo bel "Sia lodato Gesù Cristo!".
Lo sanno anche gli ammalati dei quali era amico, quelli della sua parrocchia, quelli ricoverati in ospedale e quelli della nostra chiesa che assisteva e rincuorava nell'Unitalsi. E' stato anche assistente dei benemeriti Donatori di sangue e non ha avuto paura di essere amico di tante altre associazioni tra cui gli ex combattenti.
Aveva il dono di un fine umorismo, di una autoironia, che probabilmente gli giovava e lo tirava un pò fuori dalla tentazione, che tutti possiamo provare, di qualche momento di scoraggiamento o di depressione.
Ecco, questo è stato ai nostri occhi, ai vostri occhi, il presbitero Antonio, per il quale ora continuiamo a celebrare l'Eucarestia. Io non intesso su di lui nessun elogio, i fatti parlano sa soli. Dico soltanto che, per quello che io l'ho conosciuto, apprezzato e amato, ho la certezza per quello che io l'ho conosciuto, apprezzato e amato, ho la certezza morale che per lui si sono già realizzate le parole del Signoe che abbiamo udito nelle tre Letture poco fa. Egli è sicuramente fra coloro per i quali il Signore Gesù ha pregato l'ultima sera:"Padre, io voglio, - e quando Gesù viole una cosa la ottiene - che nessuno di quelli che mi hai dato vada perduto" (Gv 17,12). Egli è sicuramente là dove, come dice l'Apostolo "le cose di prima sono considerate ormai finite, nessuna vicissitudine è da temere e Dio sarà tutto in tutti" (Cor 15,28). Egli nella debolezza e nella corruzione dell'organismo fisico, destinato a ritornare terra nella terra, è ora in grado, non soltanto di avvalersi delle nostre preghiere, ma anche di pregare per noi, affinchè nessuno di noi, sacerdote o laico o uomo o donna, manchi al dovere e al compimento lieto e sereno di esso a cui il Signore ogni giorno ci chiama.